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I
QUATTORDICI INFALLIBILI E I DODICI IMAM
Il sommo Profeta, sua figlia Fatima e i dodici Imam sono
chiamati i "Quattordici Infallibili". Di loro, cinque e cioè il profeta
Muhammad, l'imam Alí, la nobile Fatima e gli imam Hasan e Husain, sono chiamati
"Àli Abà" [gente del mantello] oppure "Ashàbi Kasà" [compagni del mantello].
Questi ultimi due soprannomi sono dovuti al fatto che un giorno il Profeta
indossando un mantello, riuní sotto di esso Alí, Fatima, Hasan e Husain e iniziò
a pregare. Dio rivelò allora il "Versetto della Purificazione" .
Gli Imam, degni successori del nobile Profeta e guide temporali e spirituali
della gente, sono in numero di dodici; i loro nomi sono rispettivamente:
Alí
Ibni Abitàlib, detto Amírulmu'minin [Principe dei Credenti];
Hasan, detto Al-mujtabà;
Husain, detto Sayyiduššuhadà [Signore
dei Martiri];
Alí, detto As-sajjàd;
Muhammad, detto Al-bàghir;
Ja'far, detto As-sàdig;
Músa, detto Al-kàdim;
Alí, detto Ar-ridà;
Muhammad,
detto At-taghí;
Alí, detto
An-naghí;
Hasan, detto
Al'askarí;
Hujjatíbnilhasan, detto l'Imam del
Tempo.
Queste due nobili persone sono i figli di Alí e di Fatima. Le
tradizioni dimostrano in modo certo che il sommo Profeta voleva un immenso bene
a questi suoi due nipoti (che lui chiamava figli) e che non potesse sopportare
di vederli soffrire ed essere tristi. Egli diceva: "Questi due miei
figli sono imam, indifferentemente dal fatto che si alzino o si siedano".
Nella tradizione si è fatto uso di metafore: l'espressione "si alzino" significa
"si facciano carico del califfato esteriore e combattano i nemici dell'Islam".
L'espressione "si siedano" significa invece "non si facciano carico del
califfato esteriore e non combattano i nemici dell'Islam".
Il Profeta disse altresí: "Hasan e Husain sono i signori dei giovani del
Paradiso".
L'imam Hasan fu scelto, conformemente al testamento del suo nobile padre, come
califfo e la gente gli promise fedeltà e ubbidienza. Egli governò per sei mesi
gli stati islamici (a eccezione della Siria e dell'Egitto, ove Muàwiah aveva
imposto il suo potere) e seguí la condotta di vita e di governo del suo nobile
padre.
Nel corso di questo periodo, l'imam Hasan cercò di preparare un'armata per
sedare, una volta per tutte, la ribellione di Muàwiah. Costatò però che la gente
era stata sedotta da quest'ultimo e che i capi del suo esercito avevano
instaurato con lui un rapporto di corrispondenza ed erano solo in attesa di un
suo ordine per ucciderlo o consegnarlo all'empio ribelle. Fu perciò costretto a
concludere la pace col nemico.
L'imam Hasan concluse la pace con Muawiah sotto precise condizioni; quest'ultimo
però non tenne fede alle sue promesse. Dopo aver firmato il trattato di pace,
andò infatti in Iraq e dichiarò alla gente: "Io non combattevo con voi per la
religione, per indurvi a pregare o a digiunare, volevo bensí arrivare a
governarvi e ora ho raggiunto il mio obiettivo". Proseguí poi: "Non manterrò
nessuna delle promesse che ho fatto a Hasan".
L'imam Hasan dopo questa pace imposta visse circa nove anni e mezzo, in
condizioni difficili e opprimenti, sotto il dominio di Muawiah. La sua vita era
continuamente in pericolo, persino all'interno di casa sua; fu infatti
avvelenato, su istigazione di Muawiah, dalla propria moglie (Ju'dah) e mori cosí
martire.
Dopo il martirio dell'imam Hasan, conformemente all'ordine divino e al suo
stesso testamento, diventò imam suo fratello Husain.
La situazione era quella dell'epoca dell'imam Hasan e Muawiah, con il potere che
aveva acquistato, era riuscito a paralizzare completamente l'Imam. Dopo circa
nove anni e mezzo Muawiah perí e il califfato, che si era ormai trasformato in
un dispotismo monarchico, passò a suo figlio Yazíd.
Al contrario del suo ipocrita padre, Yazíd era un giovane pieno di arroganza,
che se la spassava e si comportava in modo dissoluto e lussurioso davanti agli
occhi di tutti. Questo giovane arrogante, appena assunto il potere, ordinò al
governatore di Medina di fare in modo che Husain gli promettesse alleanza e
fedeltà e nel caso si fosse rifiutato, di decapitarlo e inviargli la sua testa.
Il governatore di Medina fece quindi quanto il perfido Yazíd gli aveva ordinato.
L'Imam chiese allora del tempo e nottetempo lasciò Medina, si diresse alla Mecca
e si rifugiò nel Santuario di Dio, asilo ufficiale dell'Islam. Tuttavia, dopo
qualche mese, egli comprese che Yazíd non lo avrebbe mai lasciato in pace e lo
avrebbe sicuramente ucciso se avesse continuato a rifiutarsi di sottomettersi a
lui e ad astenersi dal promettergli alleanza e fedeltà.
D'altro canto, durante questo periodo erano giunte alcune migliaia di lettere
Iraq, nelle quali gli si prometteva di aiutarlo e lo si invitava a costituire un
movimento di lotta contro i tiranni ommaidi.
L'imam Husain, dall'esame della situazione generale, dagli indizi e dalle prove
esistenti, aveva compreso che il suo movimento di rinascita non avrebbe avuto
alcun progresso apparente. Nonostante ciò si rifiutò di promettere fedeltà a
Yazíd e scelse il martirio. Si diresse con i suoi, a titolo di rivolta, verso
Kúfa e lungo la strada, nella zona di Karbalà (a circa sessanta chilometri da
Kufa) incontrò la folta schiera di armati mandati da Yazíd a contrastarlo e a
combatterlo.
Durante il tragitto l'Imam invitò alcune persone a sostenerlo; a coloro che lo
avevano accompagnato annunciò invece la sua definitiva decisione di finire
martire sul sentiero di Dio, lasciandoli liberi di scegliere se combattere al
suo fianco oppure andarsene, abbandonarlo.
Fu cosí che il giorno in cui affrontò le truppe nemiche, dei suoi compagni, a
parte un esiguo numero di devoti e abnegati uomini, non rimase nessuno. Di
conseguenza, vennero facilmente e strettamente circondati dall'imponente
esercito nemico e non ebbero persino piú modo di attingere acqua dal fiume. In
tali condizioni, gli fu chiesto ancora una volta di decidere tra la
sottomissione a Yazíd e la morte. L'imam Husain rifiutò di sottomettersi e si
preparò a essere ucciso.
Dalla mattina fino al pomeriggio, l'Imam e i suoi prodi compagni combatterono
valorosamente contro le truppe di Yazíd. In questa battaglia caddero martiri
l'imam Husain, i suoi figli, i suoi fratelli, i suoi nipoti, i suoi cugini
paterni e i suoi compagni, per un totale di circa settanta persone. Rimase vivo
solo il diletto figlio dell'imam Husain, che a causa di un fortissimo stato di
indisposizione fisica non aveva potuto combattere a fianco del suo nobile padre.
L'esercito nemico, dopo il martirio dell'Imam, depredò i suoi beni e fece
prigionieri i componenti della sua famiglia, trasportandoli, assieme alle teste
decapitate dei martiri, da Karbalà a Kufa e poi in Siria.
Nel corso di questa prigionia l'imam Assajjàd, con un sermone pronunciato a
Damasco, e Zaínab la Suprema, con dei discorsi pronunciati in pubbliche riunioni
a Kufa (dinanzi a Ibniziàd, governatore di Kufa) e a Damasco (alla presenza di
Yazíd), palesarono la verità, rivelando agli occhi del mondo la violenza e la
tirannia della dinastia ommaide.
In ogni caso questo movimento husainiano contro la violenza, l'iniquità e la
dissolutezza (che si concluse con il martirio dell'imam Husain, dei suoi figli,
dei suoi parenti, dei suoi compagni, con il saccheggio dei suoi beni e la
cattura delle donne e dei bambini della sua famiglia) con le particolarità e i
caratteri distintivi che possiede, è un avvenimento unico nel suo genere, senza
eguali nella storia degli autentici movimenti di rinascita del mondo. Si può
affermare che l'Islam deve la sua sopravvivenza a esso, poiché senza questa
sacra rivolta gli Ommaidi avrebbero finito per annientare completamente la
religione islamica.
La linea di condotta adottata dall'imam Assajjàd nel corso del
suo imamato, pur restando nel complesso conforme alla linea di condotta generale
degli altri Imam, assunse due diverse modalità.
Egli visse con il suo venerabile padre il tragico episodio di Karbalà e
partecipò cosí al movimento husainiano; dopo il martirio del padre fu fatto
prigioniero e tratto da Karbalà a Kúfa e poi in Siria. Durante tale prigionia
non fece mai taghiyyah e, impavidamente, dichiarò sempre la verità. Quando le
circostanze lo rendevano opportuno, attraverso i discorsi e le dichiarazioni che
faceva, ricordava a tutti la rettitudine e l'onestà della Famiglia della
Missione e metteva tutti al corrente dei torti che aveva subito il suo nobile
padre e dei crimini commessi dalla dinastia ommaide, suscitando cosí fortemente
i sentimenti della gente.
Quando la sua prigionia ebbe termine, l'imam Assajjàd tornò a Medina.
L'atmosfera di guerra ed eroismo si trasformò in un'atmosfera di pace e
tranquillità. Si ritirò in casa, chiuse la porta della sua dimora agli estranei
e si dedicò all'adorazione di Dio. Educava segretamente i seguaci della verità;
nel corso dei trentacinque anni del suo imamato formò, direttamente e
indirettamente, moltissime persone, mettendole nelle condizioni di comprendere
profondamente il sapere islamico.
Le preghiere recitate, con il proprio accento celeste, da questo nobile imam
(con le quali supplicava il Signore e si confidava con Lui) contengono da sole
una completa sintesi delle sublimi conoscenze islamiche. Queste preghiere sono
state raccolte in un libro noto col nome di Assahífatussajjàdiyyah.
Durante l'imamato dell'imam Muhammad Albàghir si erano create
delle condizioni favorevoli per la divulgazione delle scienze islamiche.
Per effetto delle pressioni esercitate dagli Ommaidi, le tradizioni relative
alla giurisprudenza dell'Ahlulbait erano andate perdute. Delle tradizioni del
sommo Profeta, che erano state tramandate dai suoi compagni, non ne erano
rimaste che cinquecento, mentre, per poter esporre i precetti dell'Islam ne
occorrono migliaia. Insomma, se è vero che per effetto della tragedia di Karbalà
e dei trentacinque anni di serio lavoro dell'imam Assajjàd si era creata una
numerosa comunità sciita, è altresí vero che tale comunità aveva scarse
conoscenze rispetto al diritto islamico.
Il regno degli Ommaidi, a causa dei loro contrasti interni, del loro stravizio e
dell'incapacità dei loro uomini di governo di dirigere la società, andava sempre
piú indebolendosi e i segni della sua decadenza si facevano sempre piú evidenti.
Il quinto Imam sfruttò questa occasione e si dedicò a diffondere le scienze
dell'Ahlulbait e la giurisprudenza islamica, donando in tal modo alla società
numerosi sapienti.
All'epoca del sesto Imam le condizioni per la divulgazione delle
scienze islamiche erano ancora piú favorevoli. Infatti, da una parte la gente,
per effetto del diffondersi delle tradizioni dell'imam Albàghir e il lavoro di
divulgazione svolto dai suoi allievi, si era resa conto di aver bisogno del
sapere islamico e delle scienze dell'Ahlulbait, dall'altra invece il regno
ommaide si era estinto e quello abbasside, che aveva occupato il suo posto, non
si era ancora completamente consolidato. Inoltre gli Abbassidi si mostravano
gentili con l'Ahlulbait, soprattutto per il fatto che, per raggiungere i propri
scopi e demolire le basi del governo ommaide, avevano preso come pretesto
l'oppressione esercitata dalla dinastia ommaide sull'Ahlulbait e il sangue dei
martiri di Karbalà.
L'imam approfittò allora della situazione e si mise a divulgare i vari rami del
sapere. I dotti e i sapienti venivano da ogni angolo e gli rivolgevano domande
riguardanti la teologia islamica, l'etica, la storia dei Profeti e delle nazioni,
la filosofia e i precetti morali, giovandosi delle sue esaurienti e illuminanti
risposte.
Egli tenne discussioni con persone appartenenti ai diversi ceti e dispute con
gli esponenti delle varie religioni e dottrine filosofiche. Istruí inoltre
allievi nei diversi rami del sapere. Vennero poi composti centinaia di libri,
chiamati "Usúl" [princípi], contenenti le sue tradizioni e le sue esposizioni
scientifiche.
L'Imam, sfruttando un breve periodo di pace presentatosi nell'ostile ambiente di
quei giorni, educò migliaia di sapienti allievi, lasciando alla cultura islamica
preziosi tesori di scienza e di sapienza. Piú di quattromila sapienti
beneficiarono della sua ricca fonte di sapienza.
L'imam Assàdig aveva ordinato ai suoi allievi di registrare per iscritto le sue
lezioni e di proteggere e custodire i loro appunti e i loro libri. Diceva:
"Verrà un giorno di disordine e tumulto e molti scritti andranno
distrutti; avrete allora bisogno di questi libri e di questi scritti, che
diverranno le uniche fonti scientifiche e religiose dei Musulmani".
Perciò gli allievi dell'Imam portavano con sé penna e calamaio e registravano le
sue parole.
Dedicò tutte le ore della sua vita, eccetto quelle riservate al riposo, a
istruire la gente; svolgeva questa attività in ogni luogo, sia in modo manifesto
che in modo segreto e metteva la sua sapienza a disposizione di tutti.
Insomma, le sue eminenti parole e i suoi preziosi insegnamenti ruppero le
barriere dell'ignoranza e restaurarono l'originale religione del nobile profeta
Muhammad (S). È per questo motivo che questo nobile imam viene considerato il
fondatore della dottrina sciita, la quale prese in seguito il suo nome e venne
chiamata "Dottrina Ja'farita".
Dopo aver rovesciato il governo ommaide gli Abbassidi si
impadronirono del califfato e iniziarono a perseguitare i discendenti della
nobile Fatima, cercando con tutte le loro forze di sterminare la Famiglia della
Missione: ad alcuni fu tagliata la testa, altri furono sepolti vivi e altri
ancora vennero messi nelle fondamenta o nei muri degli edifici. La casa del
sesto Imam venne data alle fiamme e questi venne diverse volte portato in Iraq.
Fu cosí che negli ultimi anni di vita del sesto Imam la taghiyyah divenne sempre
piú intensa; egli, siccome era sotto stretta sorveglianza, non riceveva che
l'élite sciita.
Infine, per ordine del secondo califfo abbasside Almansúr, fu avvelenato e morí
martire. Perciò durante l'imamato del settimo Imam, il nobile Músa Alkàdim, la
pressione dei nemici dell'Ahlulbait era forte e continuava giorno dopo giorno ad
aumentare.
Nonostante la forte taghiyyah che era costretto a praticare, il settimo Imam
riuscí a occuparsi della divulgazione del sapere, mettendo a disposizione degli
Sciiti un gran numero di tradizioni. Si può affermare che questo nobile imam,
dopo il quinto e il sesto Imam, possiede, tra tutti gli Imam, il maggior numero
di tradizioni riguardanti il diritto islamico.
A causa della forte taghiyyah che era costretto a praticare, nella maggior parte
delle tradizioni a lui risalenti non compare il suo nome, compaiono bensí i suoi
soprannomi, trai quali ricordiamo "Al'àlim" [il sapiente] e "Al'abdussàlih" [ il
probo servo di Dio].
L'imam Musa Alkàdim fu contemporaneo di quattro califfi abbassidi, Almansúr,
Alhàdi, Almahdí e Alhàrun, che gli resero tutti la vita difficile. Alla fine,
per ordine di Alhàrun, venne imprigionato e dopo anni di prigionia, nei quali
veniva continuamente trasferito da una prigione all'altra, venne avvelenato e
morí martire.
Qualsiasi attento osservatore dell'epoca poteva, esaminando la
situazione, constatare che piú i Califfi e i nemici dell'Ahlulbait accentuavano
le loro pressioni e le loro torture nei confronti degli Imam e dei Sciiti, piú
questi aumentavano di numero e la loro fede si rinforzava. Inoltre questi
soprusi, queste violenze non facevano altro che dimostrare loro la corruzione e
la malvagità di coloro che detenevano il potere. Ne erano convinti anche i
califfi dell'epoca degli Imam; ciò li tormentava e li faceva disperare.
Alma'mún, il settimo califfo abbasside, contemporaneo dell'imam Arridà, dopo
aver ucciso suo fratello Amín, s'impadroní del califfato. Egli pensò di
sbarazzarsi una volta per tutte degli Sciiti ed eliminare in tal modo le
preoccupazioni e i continui tormenti interiori che aveva a causa loro. La
politica che scelse per realizzare questo suo proposito, non era assolutamente
incentrata sulla violenza e sulla repressione, consisteva bensí nel nominare
l'Imam come suo successore, al fine di screditarlo dinanzi agli Sciiti e far
perdere loro la fede nella grandezza e nella rettitudine dell'Imam. In tal caso
l'imamato, fondamento della dottrina sciita, avrebbe subito un letale colpo,
annientandosi spontaneamente.
L'esecuzione di questo infernale strategia presentava inoltre il vantaggio di
porre fine alle insurrezioni organizzate dai discendenti della nobile Fatima al
fine di porre fine alla dittatura abbasside; vedendosi infatti eredi al potere
avrebbero naturalmente rinunciato alle loro sanguinose insurrezioni. Ovviamente,
una volta attuato questo piano, uccidere l'Imam non avrebbe piú creato alcun
problema al califfo Alma'mún.
Il perfido Alma'mún prima invitò l'Imam ad accettare il califfato e dopo la
successione; dopo aver insistito a lungo, il perfido Califfo minacciò l'Imam, il
quale si vide cosí costretto ad accettare. Pose però una condizione: volle
essere esentato dal dover occuparsi delle nomine e delle destituzioni e dal
dover ingerire nelle questioni importanti di governo.
In tali condizioni l'Imam si occupò della guida spirituale della gente ed ebbe,
per quanto poté, dei dialoghi con gli esponenti delle altre religioni e delle
altre dottrine. Egli pronunciò preziosi discorsi in materia religiosa (Alma'múm
amava immensamente discutere delle questioni religiose); le sue asserzioni
relative ai princípi del sapere islamico sono in gran numero, tanto che arrivano
a eguagliare quelle dell'imam Alí e a superare quelle degli altri Imam.
Questo santo Imam diede un grande contributo alla dottrina sciita: molte delle
tradizioni che erano state conservate dagli Sciiti e che appartenevano ai suoi
nobili padri, gli vennero esposte dai suoi seguaci, che servendosi del suo
prezioso giudizio riuscirono a distinguere quelle autentiche da quelle inventate,
da quelle false, che impure mani avevano illegittimamente inserito tra le
autentiche tradizioni dell'Ahlulbait.
Nel corso del suo viaggio tra Medina e Marw (che aveva intrapreso per assumere
la carica di successore del Califfo, impostagli dallo stesso califfo Alma'múm)
lungo la strada e in particolare in Iran, l'Imam suscitò tra la gente
un'incredibile animazione. La gente, da ogni parte, affluiva a frotte per
vederlo; giorno e notte, al pari di farfalle intorno a una candela, lo
circondavano devotamente e da lui apprendevano i principi e i precetti della
religione islamica.
Alma'múm, dall'eccezionale e sorprendente attenzione della gente verso l'Imam,
comprese che aveva adottato una politica sbagliata. Per riparare all'errore che
aveva commesso, martirizzò il santo Imam avvelenandolo, e riprese di nuovo la
tradizionale politica repressiva dei califfi precedenti nei confronti
dell'Ahlulbait e degli Sciiti.
Questi tre grandi imam trascorsero la loro vita in ambienti
simili tra di loro. Dopo il martirio dell'imam Arridà, Alma'múm convocò a
Baghdad l'unico figlio di questo santo imam e cioè il nobile imam Muhammad
Attaghí. Il perfido Califfo [per raggiungere i suoi scopi] si comportava in modo
gentile e affettuoso con l'Imam; gli diede in isposa la propria figlia e, in
assoluto rispetto, lo tenne a vivere con sé.
Questo comportamento, all'apparenza amichevole e affettuoso, era in realtà una
tattica usata da Alma'mún per tenere l'Imam sotto stretta sorveglianza. Analogo
fu il soggiorno dei due nobili imam Alí Annaghí e Hasan Al'askarí a Samirrà (che
all'epoca del loro imamato era la capitale del califfato): questi due nobili
imam erano stati trasferiti in questa città solamente per essere tenuti sotto
strettissima sorveglianza.
La durata complessiva dell'imamato di questi tre santi imam fu di cinquantasette
anni. In tale periodo il numero degli Sciiti, che allora risiedevano in Iran, in
Iraq e in Siria, era considerevole, ammontando a centinaia di migliaia di
persone, tra le quali esistevano migliaia di trasmettitori delle tradizioni del
sommo Profeta e degli Imam. Ciononostante, le tradizioni risalenti a questi tre
nobili imam sono pochissime.
Essi ebbero inoltre una vita relativamente breve: il nono Imam morí martire a
venticinque anni, il decimo a quaranta, l'undicesimo a ventisette.
Tutto ciò dimostra chiaramente quanto stretta fosse la sorveglianza alla quale
questi santi imam furono sottoposti dai loro nemici. Essi non ebbero perciò modo
di eseguire liberamente la loro sacra missione. Ciò non ha però impedito che ci
giungessero preziose [anche se, come già detto in precedenza, assai poche]
tradizioni risalenti a questi tre illustri imam e riguardanti i princípi e i
precetti della religione islamica.
Il dispotico governo del Califfo, all'epoca dell'imam Al'askarí,
aveva deciso di eliminare con qualsiasi mezzo possibile il successore di questo
nobile imam e porre in tal modo fine all'imamato e, di conseguenza, alla
dottrina sciita. L'undicesimo imam venne perciò messo sotto sorveglianza anche
sotto questo aspetto. Fu questo il motivo per il quale si mantenne il silenzio
sulla nascita del dodicesimo Imam.
Sino all'età di sei anni venne tenuto nascosto e solamente un limitato numero di
Sciiti poteva vederlo. Dopo il martirio del suo nobile padre entro, per ordine
di Dio, in uno stato di occultamento, chiamato Occultamento Minore, che duro
alcuni anni. Rispondeva alle domande degli Sciiti e risolveva i loro problemi
tramite quattro vicari, personalmente nominati da lui, che uno dopo l'altro
ebbero l'onore di sostituirlo.
A questo primo occultamento ne seguí un altro, chiamato Occultamento Maggiore;
esso dura ormai da circa quattordici secoli. Egli permarrà in questo stato fino
a quando, per ordine divino, non riapparirà per colmare la terra di giustizia ed
equità, dopo che si sarà riempita di violenza e oppressione.
Sono state tramandate numerose tradizioni (risalenti al sommo Profeta e ai
nobili Imam) a proposito di questo santo imam, del suo occultamento e della sua
futura manifestazione. Simili tradizioni sono state tramandate sia dai Sunniti
che dagli Sciiti.
Un gran numero di eminenti sciiti, quando ancora l'undicesimo imam era in vita,
lo incontrarono e, dal suo nobile padre, appresero che sarebbe diventato imam
dopo di lui. Del resto l'umanità non può assolutamente rimanere senza la
religione di Dio e un imam che la difenda e la custodisca (lo abbiamo visto sia
nel capitolo dedicato alla profezia che all'inizio del presente capitolo).
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